venerdì 29 ottobre 2010

7

La vellutata era molto buona, forse la più buona che avessi mai mangiato.
"Ma come mai" ripresi quando avevo ingerito la terza cucchiaiata "secondo lei dovrei essere felice? Perché me l'ha detto prima?"
"Era solamente una descrizione minima della persona che avevo davanti... è rimasta sorpresa?"
"No... cioè... un po' sì. Nessuno mi ha mai detto che sono felice"
Agostino sembrava seccato dal non riuscire a continuare a mangiare la pasta che gli era arrivata.
"E' la verità, signorina. Se la prende perché le ho detto che sembra felice? Ne dovrebbe essere ancora più contenta!" sbottò, riprendendo il sorriso iniziale.
"Il fatto è che... io non mi sento per nulla felice". Ecco. Lo avevo ammesso. Mi morsi la lingua subito dopo avere pronunciato quella frase. Non mi era mai piaciuto espormi troppo con le persone, nemmeno con le più care, figurarsi con un vecchio sconosciuto.
La locanda intanto si stava svuotando e l'odore di vecchiume sembrava uscirsene con i clienti. Era calato il silenzio tra di noi ed io continuavo ad essere un po' imbarazzata. A rompere questo momento di empasse fu il ritorno del cameriere.
"Tommaso: tu sei felice?" gli chiese Agostino
"Se smettessi di lavorare un'ora prima, lo sarei ancora di più" disse. Aveva un bel sorriso quel ragazzo, peccato lo usasse così poco. "Volete il dolce?"
"Io sarei piena, proprio piena. Buona la vellutata comunque, complimenti"

Agostino non ordinò il dolce ma si fece portare un caffè corretto. "Vede, Alice... ci sono vari modi di essere felici. Basta solo capire quale modo è il nostro, quello che appartiene ad ognuno di noi. Forse è questo che la confonde, il non capire in che modo è felice. Le presterò un libro che lo spiega. Anzi, sa cosa faccio? Vado a prenderlo!"
Feci in tempo a sbadigliare e non lo vidi più davanti a me. Non mi serviva il libro. E poi... chissà quando sarei tornata in quel paesino: come glielo avrei ridato?
Il cigolio della porta della locanda spazzò via i miei pensieri.
"E' ancora aperto qui?"

martedì 26 ottobre 2010

6

Entrai nella locanda, sembrava scivolata fuori dalle pagine di un qualche romanzo storico che avevo letto. Ottocentesca, con spartane tavolate di legno scuro alle quali appoggiandosi si rischiava di conficcarsi sottopelle qualche scheggia. Si respiravano polverose particelle d'umido e vino, plausibilmente vinaccio. Ma a ricordarmi d'essere pur sempre nel 2010 ci pensò l'abbigliamento della ragazza appoggiata al bancone: jeans iperattillatti, magliettina di licra iperscollata, stivali ipertamarri. E poi c'era la tv, sintonizzata su Mtv e che ci martellava a ritmo di Waka Waka. E che, d'accordo lo ammetto, mi portava a canticchiarci su in attesa di avvistare l'oste tra l'ammasso di gente che chiedeva il conto.
"Buonasera signorina! Quanto tempo!" una voce vagamente familiare proveniva da un tavolo poco lontano.
Sgranai gli occhi un pò confusa: "E lei come fa ad essere qui, mi scusi?!"
"Eh sa, ho pensato che a mangiare da soli si diventa tristi."
Giusta osservazione, in effetti.
"Sì ma lei non ha appena salito le scale? Non è entrato dalla porta, mi sarebbe dovuto passare alle spalle e l'avrei visto!"
"Ma signorina, stia tranquilla. Come le ho detto vivo qui sopra, e come le ho detto questo posto appartiene a buone persone."
Mi spiegò che la locanda Luna Piena, così si chiamava, fu aperta sul finire degli anni 40 da uno degli innumerevoli fratelli di suo padre, che prima faceva il barbiere. Da quanto mi disse Agostino fu cresciuto da questo suo zio, ma non mi diede abbastanza elementi per coglierne il motivo, Chiedere però mi sembrava indiscreto. Tuttavia poco mi importava e non mi dispiaceva aver compagnia per la cena.
"Beh, vogliamo mangiare allora?"
"Certamente, sto morendo di fame!"
Ordinammo lui una pasta e fagioli ed io una vellutata di zucca. "Che signorina delicata, ha anche un nome, di grazia?"
"Sì, certo. Che scortese, mi scusi. Mi chiamo Alice."
"Tom, portaci una caraffa di rosso! E non quello coi semi di finocchio, bada bene!"
Si avvicinò un ragazzetto sui quindici anni, una moderata acne juvenilis sulla faccia e delle maniere piuttosto indisponenti. "Ecco qua!" ci disse distrattamente senza guardare negli occhi nè me nè il mio ospite. "Guarda che puoi anche sorridere alla signorina Alice mentre le porti i bicchieri, sai? Sia mai che ci scappi una mancia, o magari anche solo un pò di simpatia."
"Ah sì, giusto" bofonchiò il ragazzo esibendosi in uno dei sorrisi forzati più mal camuffati della storia.
"Attento ragazzo, o te la insegna lo zio l'educazione!"
Agostino mi guardò un pò rammaricato d'aver perso la pazienza in mia presenza e cercò di giustificarsi. "Eh sa, Tommaso è un bravo ragazzo, ma è un gran maleducato! Pensare che suo padre -che sarebbe mio cugino- è una persona così a modo. Ma di certo poco le importa, mi scusi. La sto già tediando con il mio farneticare?"
Effettivamente a seguire questo giro di parentele un pò mi ero persa, ma avevo fatto mia la brutta abitudine di far finta di capire anche quando, dilungandosi in chiacchiere troppo complesse, mi accadeva di distrarmi dalle parole dei miei interlocutori.
"Si figuri! Piuttosto mi spieghi da dove è entrato prima!"
"Ma lei è una ragazza sospettosa sa?"
"Beh, diciamo curiosa" dissi un pò mortificata.
"Sono passato dall'appartamento di mio cugino, che sta al primo piano e che dà accesso a dietro il bancone, contenta? niente di eccezionale. Mi è solo venuto in mente che su a casa non avrei trovato nessuno e che di mangiare da solo non mi andava."
(chiedo proroga, concludo domani)


domenica 24 ottobre 2010

5

"Signorina, non può passare per di lì: transito vietato" chiosò un uomo dietro di me. Allora mi girò e mi accorsi che in effetti il divieto di accesso anche per i pedoni era segnalato da un cartello grande come un elefante.
"Ah, vedo! Mi scusi"
"Eh eh, ragazza tutta presa a fischiettare! Non è di qua?"
Avvicinandosi l'uomo si rivelò essere un vecchietto che aveva bisogno del bastone, un possente bastone grigio, per stare in piedi.
"No, sono scesa dal treno appena adesso. Però ho sbagliato stazione. Quindi se mi potesse indicare un posto dove mangiare e dove dormire sarebbe il massimo!"
"Pensavo" riprese il vecchio, indicando con il bastone la borsetta di plastica "che fosse una ragazza intenta ad andare a festeggiare con qualcuno, invece è solo una ragazza con due birre in una sportina"
"In realtà non sono mie, le han dimenticate in treno"
"Eh eh" Il vecchietto sorrise con una finta malizia e iniziò a riflettere sulle indicazioni da riferirmi.
Mi guardavo intorno nel frattempo. Mi venne in mente di quando mi ero persa con papà a Milano, tanti anni fa. Ero piccola a quel tempo e la città maledettamente immensa e alta. Ricordai quando per un momento persi il contatto della mano di mio padre e sentii un brivido che partiva dai piedi per esplodermi nel cuore. Un brivido che mio padre spense subito, sfiorandomi le dita. C'eravamo persi, ma io sentivo una sicurezza dentro, mi sentivo protetta da quell'uomo buono, dalla barba incolta.
"Guardi, può venire nella mia direzione. Proprio sotto casa mia c'è una locanda abbastanza economica. Non è il massimo, le dico subito, ma i locandieri sono persone molto buone"
"Va bene, mi fido di lei. E' molto lontana la locanda?" Avevo bisogno di andare in bagno.

Dopo cinque minuti ci trovammo davanti ad un edificio rosso. Aveva tre piani che si alzavano possenti verso la notte blu che si stava sporcando del grigiore della nebbia. Stava arrivando l'inverno.
"Eccola qui. Io abito al terzo piano. Mi ha fatto piacere incontrare una persona felice"
"Felice?" chiesi, quasi sconvolta.
"Sì, signorina, felice".

mercoledì 20 ottobre 2010

4

"Signore! Aspetti! Ha dimenticato la borsetta!". Niente da fare, ormai era scomparso tra la nebbia e le persone in lontananza rese tutte l'una uguale all'altra dalla mia miopia.
E così fu il fischio del treno a rendermi consapevole della cazzata appena commessa: scendere alla stazione sbagliata, in un luogo sconosciuto. Il tutto per accorrere in aiuto di un'anima sbronza conosciuta da pochi minuti. Mi ritrovai con in mano una borsetta di plastica gialla con all'interno due bottiglie da 66 cl di birra Moretti, un infeltrito e maleodorante maglione verde ed un blocco da disegno che la buona educazione mi impedì di sbirciare. "Potrebbe pure essere un ladro ed avere le mappe delle case da svaligiare appuntate su quei fogli, certe cose meglio non saperle". Il treno nel frattempo aveva diligentemente ripreso il suo cammino lasciandomi sul marciapiede della stazione a riflettere. "Cosa diavolo mi ha fatto alzare culo da quel sedile, maledizione!". Mi piaceva pensare fosse stato l'altruismo la lodevole molla che mi fece scattare ma in fin dei conti sapevo benissimo ch'era soltanto la mia ipocrisia a tentare di farmelo credere. Non avevo alcuna voglia di raggiungere Bologna, troppi sacchi vuoti intorno. Troppo frastuono senza melodia.
Ero poco più che ventenne all'epoca e cercavo qualcosa. Qualcosa da raccontare.
Ma in quel frangente più che altro cercavo qualcosa da magiare, si stava facendo buio e quello che mi ero lasciata sfuggire era l'ultimo treno della giornata. Per cui mi diressi fischiettando fuori dalla stazione, alla ricerca di qualche passante da molestare alla ricerca di alcune dritte su dove sfamarmi e passare la nottata.


lunedì 18 ottobre 2010

3

"Puzzo, sì" mi disse un po' ridendo e un po' vergognandosene "Ma sotto tutta questa sporcizia c'è il cuore di uno che ha viaggiato dappertutto, con questa testa e queste gambe. E le braccia... quanto peso han portato... quanto!"

La nebbia, fuori dal finestrino, cercava di sopprimere tutte le fantasie di allegria che cercavano di fuoriuscire dalla mia mente, per rapirmi. Allora mi feci rapire dal racconto di questo vecchio ubriaco... che poi tanto vecchio non era in realtà. Cinquant'anni portati male? Settanta portati bene? Decisi di non chiedergli l'età e optai per l'età media. Uno sbronzo sessantenne puzzolente iniziava a raccontare la sua storia e chissà a quanti l'aveva raccontata, intriso di vino e di malinconia.
"E ora, dove sta andando di bello?" chiesi, un po' perplessa vedendo il mio interlocutore che stava per socchiudere gli occhi, quasi sonnolente. Però mi rispose, più lucido di prima: "Sto andando a trovare uno dei miei figliocci".
Non fece in tempo di finire quella frase che si alzò di scattò e capii che aveva intravisto il controllore. Mi girai e diedi un'occhiata: il controllore era in effetti nella carrozza legata alla nostra.
"Non è la mia stazione" mi disse, iniziando a battere il respiro con ansia "ma il caso mi fa scendere comunque alla prossima!"
Rimasi sorpresa perché non mi salutò e corse nella carrozza opposta a quella di provenienza dell'uomo che vidimava i biglietti. Intanto il treno iniziava a rallentare: stava entrando nella stazione di Monselice. Non era nemmeno la mia, di stazione. Ma decisi di scendere attratta forse dalla fame forse dalla curiosità.

2

"Cinque" disse poi l'uomo con voce tremolante, mossa dall'alcool e dall'incertezza di una lingua che non era la sua. Mi guardò negli occhi e mi disse di ragionare: "Quanti sono i pezzi di terra del pianeta?" Capii che si riferiva ai continenti. Rimasi perplesso nel domandarmi quanto di consapevole ci fosse nelle sue parole, mi incuteva un pò di timore ma non abbastanza da farmi decidere di chiudere la conversazione, o fingere d'essere arrivata alla stazione successiva. "Cinque" risposi. "Giusto, cinque! Lo vedi?" Poi fece un gesto con le mani, indicandomi prima il capo, poi le braccia ed infine le gambe. "Ancora cinque, lo capisci? Ci sarà un motivo." C'è sempre un motivo. Tempo e pazienza ce lo sveleranno, come tutte le cose.


(il pezzo è di Angiolina)